Tata Hedia ce l’ha fatta. Almeno per quel che riguarda la prima tappa. Se glielo chiedessi, sono certa che mi direbbe che per lei è stata parecchio dura. E parecchio lo è stata anche per me. Perchè la prima volta che hai a che fare con i servizi pubblici in un Paese che non è il tuo, prevalgono la curiosità e l’osservazione. La seconda, lo studio e l’analisi. La terza, sai già quasi tutto e ti muovi con disinvoltura nei suoi incomprensibili meandri. La quarta volta prendi atto di quella che è, come mi disse Yosra, la vrai misère della sanità pubblica tunisina.
Un'incerta OrmaiPiùCheTrentenne alle prese con la sua lente ideologica nell'ingarbugliato mondo arabo. E non solo.
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domenica 12 giugno 2011
mercoledì 25 maggio 2011
A spasso con Tata Hedia...
Tata Hedia è una tunisina normale. Madre senza portafoglio (perché lo gestisce il marito) di cinque figli. Tata Hedia ha una ciste al seno e ha deciso di farsi curare. Incolume dopo aver superato le prime peripezie, è riuscita ad ottenere un appuntamento per fare la biospia e prelevare un campione di tessuto per capire di che natura sia la sua ciste. L’appuntamento era previsto per stamattina, esattamente alle nove. Dopo una notte insonne, di buona lena, al mattino, Tata Hedia si incammina verso l’ospedale pubblico, digiuna. Nonostante abbia fissato tutti gli appuntamenti, Tata Hedia viene spedita da 18 impiegati diversi (contati uno ad uno), tra infermieri, medici e portantini dislocati nei primi tre piani del padiglione di radiologia. Fa la fila per pagare. Tre file diverse per tre differenti analisi. Chi piange, chi grida, chi litiga, chi si lamenta, miriadi di persone, soprattutto donne che compostamente aspettano il loro turno, ignorando che forse non arriverà mai, almeno per oggi.
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